La vicenda sarda - Aviotech

Prime difficoltà

Nel corso del primo anno di attività si manifestarono due difficoltà.

La prima legata alla gestione del personale ereditato dalla VILCA. Che risultò più difficile del previsto.

I 52 lavoratori erano gli ultimi rimasti dalla dismissione della VILCA, dopo che il gruppo FIAT aveva attivato una nuova attività produttiva nel settore biomedicale, assorbendo solo in parte le maestranze prima occupate nel settore tessile. Apparve presto evidente che quelli assunti da Aviotech erano i meno motivati, poco propensi ad una conversione e maggiormente interessati a trovare il modo di accedere alla pensione il più presto possibile. Quindi portati al litigio e alla polemica, spesso indisponibili ad un rapporto corretto con la gerarchia dell’organizzazione aziendale. Troppo spesso assenti e, se presenti, poco attivi sul lavoro.

Ciò non vuole essere un giudizio tranciante sulle qualità personali di ciascuno di essi. Era la situazione di fatto ad essere problematica. I dipendenti, essendo stati assunti dietro corresponsione di un contributo da parte di VILCA, si sentivano in diritto di partecipare alla catena decisionale aziendale in modo incongruente rispetto alla normale dinamica riscontrabile in qualunque realtà produttiva. Erano portati alla polemica e si sentivano autorizzati a contestare continuamente le scelte aziendali, coinvolgendo di norma i sindacati e causando costosissime perdite di tempo ed estenuanti trattative.

Di fatto, essendo consapevoli che il loro eventuale licenziamento avrebbe costituito una violazione del contratto stipulato tra VILCA ed Aviotech, si ponevano in una posizione diversa rispetto al corretto rapporto tra datore di lavoro e dipendente, fondato prima di tutto sul rispetto dei ruoli e regolato dai contratti di lavoro. Se un dipendente ritiene di essere in diritto di non accettare critiche sul proprio operato da parte del datore di lavoro, facendosi forza sull’esistenza di patti esterni a quello del normale contratto di collaborazione, la coesistenza aziendale non può che soffrirne.

Tutto ciò - valutato, purtroppo, a posteriori - non può che essere considerato un errore di valutazione da parte dell’imprenditore. Il gruppo storico che costituì l’Aviotech e decise di accettare la proposta di VILCA di reimpiegare i lavoratori in esubero, commise un grave errore di valutazione.

Inoltre, la nuova tipologia di lavoro, largamente basata su un apporto manuale sconosciuto nell’attività precedente, imperniata essenzialmente sull’uso di macchine automatiche, veniva appresa con lentezza, impegno limitato, rallentando i piani aziendali.

Anche i rapporti sindacali si dimostrarono assai difficili da gestire. L’ambiente sindacale era quello tipico delle aziende di grandi dimensioni e i sindacalisti erano abituati a dialogare con una struttura di rapporti aziendali incompatibile con una piccola realtà produttiva. Inoltre, maestranze che con VILCA avevano goduto del contratto di lavoro del settore chimico non vedevano di buon occhio il nuovo inquadramento nei metalmeccanici. Né il sindacato dei chimici desiderava perdere il controllo di una cinquantina di lavoratori a tutto vantaggio del sindacato metalmeccanici.

C’è da considerare, in più, che i lavoratori, provenendo da un gruppo industriale di grandi dimensioni, erano titolari di benefici sconosciuti nella piccola impresa: contributi per la mensa, i trasporti; i piccoli benefits aziendali che venivano perduti nel passaggio alla nuova piccola azienda.

E che i sindacati, immediatamente, reclamarono.

Tutto ciò creò fin da subito un cima conflittuale di cui non si percepiva certo il bisogno e che avrebbe

causato due effetti negativi. Il primo, ovvio: l’impossibilità di entrare agevolmente in una fase produttiva a causa dell’inadeguatezza della forza lavoro. Il secondo, ben più importante: la pessima impressione generata in coloro che avevano dimostrato interesse ad intervenire finanziariamente nel nuovo progetto industriale. Questo, parzialmente finanziato dallo stato attraverso la L. 488/92, richiedeva infatti, per il suo completamento, un contributo importante (una cifra superiore a quella erogata dallo stato) anche da parte della compagine azionaria.

La seconda difficoltà, infatti, riguardò la decisione, da parte degli investitori, di ritirare l’appoggio che in un primo tempo avevano garantito. Causando un piccolo disastro finanziario cui era necessario porre rimedio.

L’uscita degli investitori dal progetto fu dovuta primariamente alla constatazione dell’esistenza – in Sardegna – di un ambiente industriale fortemente degradato dalla presenza di grandi gruppi a partecipazione statale o largamente finanziati dallo stato (come era stato, per l’appunto, per la SNIA-VILCA del gruppo FIAT). Essi avevano creato un sistema di cointeressenze tra politica, sindacato e lavoratori che aveva snaturato il carattere di competitività delle aziende. Come dimostrato dalla quasi totale deindustrializzazione attuale dell’isola. Realtà come i poli industriali del Sulcis, per l’alluminio primario, della petrolchimica di Porto Torres e Cagliari-Macchiareddu, della carta di Arbatax, si erano trasformati in centri di sussistenza alla popolazione senza alcuna pretesa di pareggio o redditività. Anche minima. Era sentire comune che gli insediamenti industriali, finanziati dallo stato, avessero il compito di garantire uno stipendio, non già un lavoro, senza alcun limite di perdita. Perché, alla fine dell’esercizio annuale, sarebbe stato compito dello stato ripianare le perdite.

Questo stato di cose aveva contagiato tutto l’ambiente manifatturiero sardo, a partire dai grandi insediamenti succitati, coinvolgendo l’indotto e, dunque, creando una politica di relazioni industriali viziata che scoraggiava eventuali investitori intenzionati a rischiare il proprio denaro in nuove iniziative industriali. La crisi profonda del manifatturiero regionale di oggi è frutto di questa situazione.

Purtroppo, l’abbandono del progetto da parte dei finanziatori (che decisero di perdere ciò che avevano già investito) avvenne nel momento in cui gli investimenti relativi al progetto ex-L. 488/92 erano già stati iniziati dall’allora AD, il comandate Ivaldi, mentre tutta l’attività prevista nell’ambito del contratto con SNIA-VILCA era ormai ad un punto di non ritorno. Sospendere l’attività avrebbe di certo comportato, con la necessità di restituire la parte di contributo già percepita e sostenere le garanzie fideiussorie, il fallimento certo della società.