La vicenda sarda - Aviotech

La Guardia di Finanza

L’arrivo di un accertamento da parte della Guardia di Finanza non fu una sorpresa. In Sardegna, la minaccia di “mandare la Finanza” è frequente. Si lancia ai debitori che non pagano. Si fa intuire ai concorrenti sleali. Si adopera come arma efficace per convincere i riottosi ad accettare una transazione.

E funziona, perché avere la Finanza in mezzo ai piedi è, come minimo, una grossa seccatura. Soprattutto in Sardegna.

Intendiamoci: è una grossa seccatura ovunque, ma in Italia (e in Sardegna, in particolare, regione debole) può essere un disastro. Chi ha fama di avere amicizie “nella Finanza” è come il bulletto di periferia: forse non se ha timore, ma è meglio non averlo per nemico.

E la vicenda dell’Aviotech potrebbe essere usata come esempio emblematico.

Ufficialmente, la verifica fiscale arrivò dopo una vertenza con l’Agenzia delle Entrate. Una vicenda assolutamente routinaria riguardante la richiesta di rimborso (dovuta ed ottenuta) di un credito d’imposta.

In realtà il motivo per il quale arrivarono i finanzieri, quello vero, non è dato sapere. In Italia i militari della Guardia di Finanza esibiscono un foglietto sul quale è scritto: “Sono autorizzato a compiere un accertamento”. Poi entrano (se già non sono entrati perché magari la porta era aperta) e sequestrano tutta la carta che trovano. Poi si vedrà. Con calma. Nei mesi.

Naturalmente trovarono le fatture di anticipazione degli impianti che dovevano essere installati. Proprio quelli finanziati dalla legge 488.

E gli impianti?

Non c’erano!

Quindi decisero che le fatture erano “inesistenti” e si finì in tribunale per “truffa ai danni dello stato”. Ma non solo. Poiché nel frattempo si arrivò al fallimento, venne aggiunta l’imputazione di “bancarotta fraudolenta”. Di cui si parlerà più tardi.

Però è bene dirlo subito: dov’erano finiti gli impianti? C’erano o no?

La risposta è semplice, per chi ha esperienza industriale.

Gli impianti erano stati ordinati e, poiché si trattava di linee produttive complesse, bisognava attendere il tempo necessario affinché fossero progettate, assemblate, pre-collaudate e, in ultimo, portate in Sardegna.

Nel frattempo, il fornitore aveva giustamente preteso congrue anticipazioni, perché nessuna azienda di ingegneria appronta impianti così complessi senza avere la certezza di essere pagata. Quindi si prospettavano due possibilità: produrre una fidejussione per l’intero importo dell’ordine a copertura del rischio (cioè pagare tutto in anticipo e non c’era la disponibilità finanziaria) oppure pagare a stati di avanzamento, sfruttando prima di tutto i finanziamenti statali. Verificando di volta in volta quali parti degli impianti venissero assemblate presso il fornitore. Prassi comune e ben conosciuta da chiunque operi in ambito industriale.

Ecco spiegato l’arcano: le fatture ritenute “inesistenti” erano proprio quelle di anticipazione. Come si cercò di spiegare, inascoltati, ai militari.

L’aspetto grottesco della vicenda è che la prassi di acquistare gli impianti con queste modalità è pacificamente accettata dallo stato nei progetti finanziati da contributi pubblici. Per questo l’azienda, richiedendo i rimborsi dovuti ai sensi della L. 488/92, aveva informato per iscritto il Ministero competente tramite l’ente istruttore Centrobanca S.p.A. E l’ente istruttore ne aveva preso atto, senza alcuna obiezione, essendo, per l’appunto, prassi consolidata! Vicenda richiamata in tribunale da un imputato le cui tesi vennero accolte, tanto da mandarlo assolto per non aver commesso il fatto.

C’è di più. La società, in occasione della richiesta di rimborso di una quota di finanziamento, si premunì di specificare per iscritto che gli impianti non erano ancora presenti in stabilimento, essendo in via di realizzazione presso il costruttore. E l’Ente Istruttore chiese di cassare la dicitura dal modulo di richiesta poiché, essendo pacifico che così fosse, non v’era alcun bisogno di modificare il format convenzionale della modulistica al fine di comprendere una specificazione giudicata ridondante.

Per l’ente istruttore era normale che gli impianti non fossero ancora presenti. E così sarebbe stato per chiunque avesse avuto una seppur minima esperienza industriale.

Sfortunatamente, pare che i Finanzieri non fossero dello stesso avviso. Questo equivoco si trascinò, sostenuto dalle dichiarazioni di testimoni privi di rilevanza, incredibilmente accettate dai giudici.

In ogni caso, ecco un esempio degli impianti inesistenti e degli operai che non lavorarono mai. Sono quelli che si trovano nelle foto di questo link.